La frase più lunga di Marcel Proust

Carta bianca
Dic 4, 2008 – 3 min read

]Alla ricerca del tempo perduto di Marcel Proust crea adesioni incondizionate o profondi sbadigli, quello su cui possiamo essere tutti più o meno d’accordo è che la sua lunghezza, almeno a priori, è intimidatoria. Ricordiamo che ci sono 7 volumi con un buon numero di pagine, e come disse già il direttore della casa editrice che all’inizio del 1913 ricevette la richiesta di pubblicare la sua opera, troviamo, per esempio, che Proust ha bisogno di 30 pagine per descrivere come si rigira nel letto prima di addormentarsi.

Ma forse la cosa più vertiginosa in questo testo oceanico è la lunghezza di molte delle sue frasi, piene di subordinate senza un solo punto in cui possiamo riprendere fiato. Il più lungo di tutti si trova specificamente nel quinto volume. È lungo quasi quattro metri.

E per leggere Proust bisogna andarci piano. Come disse il fratello dell’autore digrignante, “la cosa triste è che la gente deve essere molto malata o avere una gamba rotta per godere della possibilità di leggere In Search of Lost Time”.

Bene, fate un bel respiro, ecco la frase del giorno:

Divano sorto dal sogno tra le nuove e realissime poltrone, poltroncine rivestite di seta rosa, tappeto di broccato abbinato elevato alla dignità di una persona dal momento in cui, come una persona, aveva un passato, una memoria, conservando nella fresca ombra del salotto del Quai Conti l’alone dei raggi di sole che entravano dalle finestre della rue Motalivet (all’ora che conosceva bene come la stessa signora Verdurin) e dalle porte a vetri della Raspèhere, dove era stata portata e da cui guardava tutto il giorno, oltre il giardino fiorito, sulla profonda valle del mentre era il momento del gioco di Cottard e del violinista; mazzo di violette e viole pastello, un regalo di un grande amico ormai morto, l’unico frammento sopravvissuto di una vita passata senza lasciare traccia, un riassunto di un grande talento e di una lunga amicizia, un ricordo del suo sguardo attento e dolce, della sua bella mano piena e triste quando dipingeva; un bell’arsenale, un disordine di doni dei fedeli che seguivano ovunque la padrona di casa e che finivano per acquisire l’impronta e la fissità di un tratto di carattere, di una linea di destino; una profusione di mazzi di fiori, di scatole di cioccolatini che, qua come là, sistematizzavano la loro espansione secondo un identico modo di fiorire: curiosa interpolazione di oggetti singolari e superflui che sembrano ancora uscire dalla scatola in cui sono stati offerti e che rimangono per tutta la vita quello che erano in origine, regali di Capodanno, insomma tutti quegli oggetti che non sapremmo distinguere dagli altri, ma che per Brichot, veterano delle feste di Verdurin, avevano quella patina, quella sensazione vellutata delle cose a cui aggiunge il loro doppio spirituale, dando loro così una specie di profondità; tutto questo, disperso, faceva cantare per lui, come tasti sonori che risvegliavano nel suo cuore amate somiglianze, confuse reminiscenze e che nel salotto stesso, molto attuale, dove mettevano il loro tocco qua e là, definivano, delimitavano mobili e arazzi, come fa in un giorno chiaro un quadrato di sole che seziona l’atmosfera, gli arazzi e da un cuscino a un vaso, da uno sgabello alla traccia di un profumo, perseguivano con un modo di illuminazione in cui predominavano i colori, scolpivano, evocavano, spiritualizzavano, davano vita a una forma che era come la figura ideale, immanente nelle loro dimore successive, del salotto dei Verdurin.

Uf.

Via | Come cambiare vita con Proust, di Alain de Botton

Come cambiare vita con Proust, di Alain de Botton

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