‘Martha Macy May Marlene’, progressione e regressione

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15 maggio 2014, 07:00

I traumi che perseguitano una giovane donna fuggita da una setta pericolosa, mentre cerca il calore di sua sorella, la perseguitano mentre comincia ad ossessionarsi che il suo passato non l’ha lasciata indietro e potrebbe essere vittima di una nuova persecuzione. Il mix tra i suoi deliri e i suoi ricordi le impedisce di andare avanti.

Il primo e molto celebrato film di Sean Durkin è una vetrina quasi-emblematica per una generazione di cineasti, forgiati e ausipicizzati dal Sundance festival, che, pur avendo almeno qualche dote da offrire, sembrano ancora meno capaci dei loro coetanei commerciali di affrontare temi drammatici.

Il mio collega Juan Luis Caviaro aveva già notato qualcosa di simile nelle sue note, al Festival di Cannes di qualche anno fa, dove il film ha finito per raccogliere un’accoglienza calorosa per il suo regista. Mi sarebbe piaciuto, davvero, che ‘Martha Macy May Marlene’ (id, 2011) avesse avuto una storia meno volgare da raccontare, ma non sembra essere il caso. La colonna sonora di Daniel Bensi e Sandeer Jurriaans tinge l’intero film di ameanza rurale, combinata con canzoni.

La narrazione del trauma è organizzata in modo lineare anche se basata su due ricorrenze tematiche che sono in definitiva anche narrative: le possibilità di progressione e regressione che si verificano in una mente fratturata da brutti ricordi. Il regista Durkin permette che l’ambiguo e bizzarro cattivo, il pericoloso leader della setta, sia incarnato dal solito impressionante – è, senza difficoltà, il migliore – John Hawkes.

Talento senza storia

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Il caso di Durrkin è un caso di talento senza storia. Nei primi venti minuti, forse i migliori, è chiaro il suo gusto delicato per le composizioni espressive e di talento: in ogni inquadratura, suggerisce lo sguardo della protagonista, interpretata da una solvibile Elizabeth Olsen. Per esempio, quando la protagonista guarda il suo antagonista, sentendosi attratta, lo sappiamo dall’inquadratura – e mai da altri espedienti più semplici.

Ma è incapace di organizzare drammaticamente la storia in qualcosa di interessante o di raccontare qualcosa di diverso da una versione un po’ alleggerita del tremendismo da film tv; ma dove abbassa i decibel del melodramma, non compensa con personaggi che non risultino grossolani.

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I suggerimenti finali – il racconto di una ragazza snob finita in una setta vagamente ispirata a Manson con scorci di bella comunità indipendente e alternativa – sono ancora più deludenti, e l’incredibile pigrizia nei dialoghi, pretesamente ambigui ma inutili per disegnare qualsiasi tratto umano danno via un creatore senza un progetto.

Lo squisito lavoro di illuminazione di Jody Lee Lipes merita credito, per il suo abile filtraggio di luci naturali e tinte contrastanti, ma tutta la fantasiosa messa in scena manca di una mente con sufficiente immaginazione drammatica.

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