Matrimonio gay, una battaglia inutile?

Aggiornato:30/06/2005 07:58h

Con il veto del Senato alla legge che equipara nel nome e nella considerazione le coppie omosessuali al solito matrimonio, si chiude la batteria di pronunciamenti, tanto illustri quanto avversi, sulla stessa questione delle istituzioni pubbliche qualificate in materia, che sono il Consiglio Generale della Magistratura, il Consiglio di Stato e le Reali Accademie di Legislazione e Giurisprudenza, e Lingua Spagnola; oltre alla Conferenza episcopale spagnola, con l’appoggio della Santa Sede, e il Forum delle famiglie, entità civile colonna portante di centinaia di associazioni familiari e promotore dell’imponente manifestazione del 18 giugno a Madrid a favore del matrimonio e dell’istituzione familiare.

Che senso ha, mi diranno, parlarne a questo punto per dire altro? Cercherò di non farlo, anche se dimostrare l’ovvio richiede sempre uno sforzo estenuante. Il progetto di legge respinto ritorna alla Camera dei Deputati perché le Vostre Signorie adottino una delle tre risoluzioni: ritirare il progetto di legge, relegandolo per un’occasione migliore, incorporarvi gli emendamenti più significativi, o semplicemente votarlo di nuovo così com’è (scusate la mia vaghezza giuridica di profano), che acquisirà immediatamente il rango e la forza di legge.

Devo avvertire, tuttavia, che non tutte le riserve non sono presentate all’insieme o coincidono tra loro, anche se c’è un consenso di base nel riconoscere a queste coppie diritti e benefici legali che sono stati applicati ad altre unioni eterosessuali di taglio simile, a condizione che a tutti i costi evitare di dare alle coppie dello stesso sesso il nome di matrimonio, che sarebbe inappropriato e inquietante nel loro caso. I suddetti critici adducono anche, l’uno o l’altro, serie riserve all’adozione di bambini da parte della coppia omosessuale, come autorizzato anche nell’articolato.

Le dichiarazioni episcopali, che ovviamente sono quelle che conosco meglio, oltre a chiedere rispettosamente il ritiro del progetto di legge, presentano il matrimonio comune e sempre, senza limitarlo ora al suo modello sacramentale, come l’unione amorosa e permanente di un uomo e una donna, aperta alla procreazione, educazione ed istruzione della prole, costituendo così una famiglia di sangue e cellula della società umana. Per quanto riguarda l’adozione di bambini da parte di coppie dello stesso sesso, anche se lo fanno, come è presumibile, con amore e competenza, e assicurano alcuni esperti che questo non comporta conseguenze negative, consideriamo, tuttavia, che l’adozione come rischiosa e non raccomandata, sempre guardando alcuni bambini che, alla peculiarità di aver perso i loro genitori naturali, si aggiungono, senza che questi possano pronunciarsi, un’altra situazione certamente problematica a livello personale e sociale.

Ritornando al Congresso, è ancora nel regno della possibilità, anche se non nel calcolo delle probabilità, che una parte discreta di legislatori, ma sufficiente a cambiare la maggioranza parlamentare, opti per il voto contrario, l’astensione o la non partecipazione, motivata personalmente da ragioni di coscienza. Non sarebbe certamente antidemocratico, ma al contrario, se in occasioni come questa, dove si rovistano le radici dell’antropologia e dell’umanesimo, i partiti politici rinunciassero alla disciplina del voto affinché ogni deputato possa agire in piena libertà. Non prolifera molto qui, per quanto ne so, quel costume, in modo che ogni parlamentare è costretto a prendere per sé una decisione di grande forza morale, a volte al limite dell’eroismo, che è la sua unica responsabilità, degna anche del massimo rispetto.

Sembra dunque che, oggi, sia praticamente inesorabile che il significato e la realtà della parola matrimonio, che sarà usata per designare gli otto milioni e mezzo di coppie sposate, attualmente registrate in Spagna, e quelle che contrarranno il loro impegno coniugale in futuro, debba essere corretto nel Codice Civile. Come si può dire che questo passo legislativo significa solo un ampliamento dei diritti per un gruppo minoritario, le diecimila coppie dello stesso sesso che, secondo alcune stime, potrebbero beneficiare del nuovo status senza causare danni alla stragrande maggioranza degli altri? Il problema, ovviamente, non è una battaglia di statistiche, che si prestano sempre a letture soggettive e contraddittorie e, in ogni caso, riducono la questione in termini quantitativi senza entrare in un nucleo più profondo.

Si tratta di un territorio confuso e scivoloso in cui conta molto sapere ciò che si dice e dire ciò che si sa. Il matrimonio viene dalla madre, e la parola, con il suo significato e le sue risonanze interiori, tocca le fibre più sensibili e sacre del cuore umano. Se le coppie riproduttive non fossero esistite o avessero cessato di esistere, l’Umanità avrebbe rovinato tutto ciò che la nostra specie è e significa sul pianeta Terra. Per questo il matrimonio e il matrimonio sono sempre stati rivestiti, praticamente in tutte le culture e religioni, di un alone sacro e, nel nostro caso, di una considerazione della famiglia come un santuario di alti sentimenti e valori con il rango di una Chiesa domestica. Insultare nostra madre è la cosa più dolorosa e offensiva che ci possa essere inflitta. “Non è lo stesso” è lo slogan di un’attuale campagna su queste due accattivanti realtà, che meritano il rispetto e la comprensione di tutti. Sono convinto, addirittura, che molte persone che sottoscrivono un’altra tendenza, in quanto figli di genitori eterosessuali, e fratelli e sorelle di sangue degli altri figli, non vedono così chiaramente quel livellamento.

Non è da loro in ogni caso che proviene l’omologazione giuridica, per fissare falsamente, secondo molti, il problema umano di una minoranza rispettabile, che è stata anche oggetto di ingiusta denigrazione per molto tempo, che ha prodotto grandi sofferenze, per le quali dobbiamo fare delle scuse, anche se un tale atteggiamento obbedisce all’ignoranza più che alla malizia. In ogni caso, è eticamente obbligatorio compensarli, ma non rovinando, e non solo semanticamente, il matrimonio di tutti. Dire che un’unione omosessuale è uguale a un matrimonio è, se non ci sbagliamo, lo stesso che dire che tutti i matrimoni sono uguali alle coppie omosessuali. Penso che non dovremmo chiedere tanto a una maggioranza silenziosa, che non è omofoba e che è felice oggi, nella nostra società democratica, di tutte le legittime rivendicazioni.

È molto doloroso anche per noi pastori e fedeli della Chiesa essere fatti diventare i cattivi in una causa così scabrosa. Non è vero che siamo contro la comunità omosessuale. Sanno di avere un posto nella Chiesa come membri della comunità cristiana, nella quale molti di loro vivono e manifestano la loro fede e alla quale possono contribuire con i loro doni personali, all’interno, come tutti, della legge divina e dello spirito del Vangelo. Accettare la luce e la croce che la sequela di Cristo comporta sempre, ma anche il perdono, la comprensione e la gioia che derivano continuamente dalla misericordia di Dio. Ma le false soluzioni a un problema come quello che stiamo affrontando non sono le più appropriate. D’altra parte, il motto paolino “vivere la verità nell’amore” sarà sempre quello giusto. Questo è quello che ho cercato di fare nelle righe precedenti, e mi scuso se non ci sono riuscito.

Mi dispiace se non ci sono riuscito.

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