opinione

La discussione pubblica sul crimine e l’insicurezza ha ora un nuovo concetto. Il tema dei “linciaggi”, che è sulla bocca di tutti, dovrebbe essere un campanello d’allarme: il problema della violenza nelle nostre grandi città sta raggiungendo proporzioni allarmanti. Gli atti spontanei di violenza dei cittadini contro i criminali dimostrano che la logica di questi ultimi sta cominciando ad infettare il comportamento dei primi. In altre parole, le persone sentono che il loro vittimismo può essere ribaltato dall’uso stesso della forza impiegata dai criminali.

Sono lontano dal celebrare questo, anche se non sono troppo tentato di unirmi al coro di coloro che sono fuori a condannare queste reazioni a priori semplicemente perché sono contro la legge (su quest’ultimo non c’è dubbio). Di quale legge stiamo parlando quando si arriva al punto in cui il cittadino capisce che reprimere il criminale per mano propria è più fattibile ed efficace che ricorrere ai mezzi formali offerti dallo Stato? Se, alla fine, coloro che non si sentono rappresentati dalle loro leggi prima o poi smettono di obbedire ad esse. Quando avremo una società di criminali, quando tutti faremo quello che vogliamo, sarà inutile invocare la bontà delle leggi.

Per fortuna non ci siamo ancora. I casi di Rosario e Palermo potrebbero essere solo due sintomi sporadici di una malattia ancora curabile. Per questo, insisto, dobbiamo pacificare la società e per farlo dobbiamo operare sugli anelli più deboli della nostra catena di diritti e doveri di cittadini. Questi collegamenti sono le aree di esclusione sociale, in altre parole, dei poveri. Le voci dei biemensanti insistono nel dirci che la povertà non deve essere criminalizzata quando facciamo, discorsivamente, questa associazione tra emarginati sociali e delinquenti. Non si rendono conto che sono loro che criminalizzano i poveri, non discorsivamente, ma nei fatti, permettendo che la loro pietosa situazione di vita sia sostenuta alimentando l’insaziabile macchina dei sussidi che non solo non riesce a sollevare i poveri dalla povertà ma li abitua a vivere in essa, li affolla e li separa culturalmente dal resto della società.

Per questo voglio ricordare che l’Istituto per le politiche di pacificazione sta cercando di portare davanti alla legislatura porteña un progetto di legge per sradicare la criminalità dalle baracche e poterle così integrare con il resto della cittadinanza. Vogliamo rimuovere i tumori del crimine organizzato e cominciare a ricostruire il tessuto sociale. Vogliamo che non ci siano più bambini che vanno per le strade con il gioco d’azzardo. Vogliamo che non ci siano più cittadini che si sentano anche loro “suonati” e che picchino a morte quei ragazzi. Vogliamo uno stato credibile e persone che ci credono.

Quello che abbiamo al momento è una società che pensa e vive in termini binari: il dramma dei cittadini contro i criminali è solo uno dei tanti. Ci sono i ricchi contro i poveri, l’opposizione contro il partito al potere e tanti altri. Il paese si sta disintegrando perché è sempre più difficile identificarsi con l’altro. Perché questo non accada dobbiamo unificare il nostro modo di vivere, sotto le stesse regole e con gli stessi diritti. Possiamo ancora curare questa malattia.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *